Daniele Ricci a cura del Prof. Alberto D’Atanasio Critico e Storico

DANIELE RICCI

C’è un fare arte che non si può definire con i termini di una catalogazione storico-artistica, il rischio è di non apprezzare fino in fondo la ricerca e la teoria visiva che ha permesso la sintesi tra segno e forma, tra colore e tonalità. 

Daniele Ricci è nella sua essenza un uomo con l’anima di un eterno ragazzo, lui sa bene che la vita si può leggere in tutte sue le sfaccettature tra paradossi, contraddizioni e domande a cui è sempre più arduo rispondere, con ciò che svela le corde armoniche interiori. Ha imparato che il tempo inesorabilmente cambia la materia, modifica le consuetudini, persino lo spazio e il modo di veder se stessi, ma col suo fare arte ha imparato anche che la percezione delle emozioni, dei sentimenti e la loro trasmutazione in immagine ferma il tempo ed esalta il fuoco eterno delle emozioni. Le rende palpabili, intense e vive oltre il tempo e i tempi. 

Daniele Ricci vive il dipingere come una sorta di missione, una vocazione che apprende da giovane.

 

Mi dicono che si avvicinò alla pittura casualmente, ma il caso per persone come lui non esiste, esiste piuttosto uno spirito cosmico che induce le anime e ripercorre la strada nella materia fino a ritornare là da dove si è partiti. È la sincronicità Junghiana a portarlo e a portarci là dove la felicità ci chiama perché poi è per questo che siamo stati chiamati in vita, alla felicità e a sognare. È questo che scuote il profondo del suo animo.

La sua pittura è in genere denominata “a stoccata”, la materia è posata sul supporto in maniera rapida e veloce. In alcune opere si notano le strie dei pennelli. Non si può notare il disegno preparatorio, è come se la velocità inesorabile del tempo, del fenomeno possa divenire incanto e noumeno nello stesso tempo e nello spazio magico del quadro.  In molte sue opere il soggetto scelto è Siena, in altre New York, nella ricerca diventano luoghi incantati dove trarre l’Imago, l’ispirazione che diviene immagine, idea palpabile, vera perché tangibile nella realtà ricreata col colore. A lui non interessa la struttura storica del posto, non è importante il dettaglio della costruzione antropica.

 

Ciò che lui cerca è far divenire memoria l’impressione, tutto ciò che nella percezione fa scattare la persona interiore, lo spirito, l’anima. È la velocità del suo dipingere è la medesima del sentimento che entra dall’occhio per colorare l’anima, per divenire ricordo, per far cantare il cuore e rompere l’afonia di questi tempi.

È così che il traffico e il caos cosmopolita di New York come la folcloristica bolgia del palio diventano immagine fissa e dinamica insieme. Diventano come le opere di un grande pittore italiano De Nittis, in cui lo spazio le persone e le cose erano vibrazione pur nella staticità oggettiva dell’opera d’arte. È la pittura che diviene poetica. E nella poetica allora s’incontra la fiaba, Collodi e il suo Pinocchio, si trova la passionalità dell’agonismo dei corridori in bicicletta, il gruppo di persone che si fonde nel ponte della barca a vela.

 

In ogni sua opera il soggetto è specchio perché l’osservatore si senta parte di quella brezza interiore che ha sferzato i colori, perché chi guarda si ponga come davanti a una finestra dove Daniele Ricci fa passare le emozioni, le sensazioni e i sentimenti in modo e maniera che il finito tempo possa vestirsi dei colori ineffabili dell’eternità. 

Alberto D’Atanasio 

 

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